Pantheon Celtico

"Da grande decidi di fare la persona felice." Sconosciuto

pantheon celtico

Elenco delle Divinità Celtiche

All’incirca all’inizio del primo millennio avanti Cristo i Celti fecero la loro comparsa tra il Mare del Nord, il Reno, le Alpi ed il Danubio. Il periodo della loro massima diffusione fu tra il VI ed il IV secolo avanti Cristo, in cui attraverso la Francia raggiunsero Spagna e Portogallo indi le isole britanniche e l’Irlanda, mentre in Italia occuparono la Valle del Po, la Puglia e la Sicilia giungendo infine in Grecia, dove nel 279 a.C. saccheggiarono Delfi: da lì giunsero a toccare l’Asia Minore. 

Il termine Celti aveva per gli antichi differenti significati; per i Romani questi erano i Galli, per i Greci erano i popoli dell’Anatolia. Tutta la loro conoscenza veniva tramandata oralmente dai druidi spesso in forma poetica, soprattutto in quanto era ritenuto fondamentale abituare i giovani aspiranti druidi all’allenamento mnemonico ed in secondo luogo per non divulgare il sapere presso il popolino. Nella loro espansione diedero vita a gruppi etnici assai differenti tra loro. Una delle prime particolarità che li riguardava fu l’utilizzo a fini puramente pratici della scrittura.

Le divinità del pantheon celtico vennero, come sempre accadeva, identificate con le divinità del pantheon romano; gli studi in merito hanno portato a concludere che non si è certi sia possibile affermare l’esistenza di un  pantheon celtico valido per tutte le etnie.  Figura centrale anche in questo campo quella del druido; una definizione approssimativa può tradurre la parola druido con sacerdozio; anche se altre interpretazioni lo traducono invece con molto esperto o esperto della quercia, resta certo invece che tale casta fosse una vera e propria élite intellettuale che praticava la conoscenza.

La formazione culturale dei druidi poteva durare fino a vent’anni ed era appunto fondata sull’apprendimento mnemonico per due ordini di ragioni: in primo luogo per abituare il neofita a non contare troppo sugli scritti e quindi impigrirsi, in secondo luogo al fine di evitare che il popolo venisse a conoscenza del sapere e della conoscenza “esoterica” druidica.

Giulio Cesare fece sapere che il centro più importante di irradiazione culturale celtica fu la Britannia. Sembra altresì certo che anche la metempsicosi entrasse tra le competenze dei druidi, che peraltro mantenevano con i capi un rapporto di non concorrenza, anche se spesso in realtà ne ispiravano le azioni: la loro autorevolezza consentiva inoltre ai druidi di parlare prima degli stessi capi, e fu proprio dettaglio questo che preoccupò a tal punto i Romani da imporre durante il processo di romanizzazione della Gallia l’abiura della “religione druidica” per quei Galli che avessero voluto diventare cittadini romani.

Altre figure di rilievo nella società celtica erano i bardi ed i vati; secondo alcuni studiosi il bardo altro non sarebbe stato che il druido durante la celebrazione di imprese eroiche, così come il vate sarebbe ancora stato il druido nel momento della interpretazione della volontà divina. E’ però idea di altri studiosi che le tre caste rappresentassero invece tre differenti gradi gerarchici di tre ben distinte e rispettive classi sociali. Fu comunque anche e soprattutto la cristianizzazione a disperdere l’antico patrimonio culturale trasmesso oralmente dai druidi ma, ad esempio in Irlanda, i prìncipi convertiti non rinunciarono all’idea di essere discendenti di un dio, come da idea tradizionale.

La religione celtica era indubbiamente volta ad ottenere il successo in questa vita e su questa terra; si richiedevano buona salute, mandrie abbondanti, lunga vita, figli obbedienti e riti e sacrifici erano praticati per ottenere dagli dei questi favori. Un tipo di sacrificio umano prevedeva che ladri o assassini, ma in mancanza anche gente comune, venissero arsi vivi in enormi figure umane intrecciate di vimini.

A causa della difficoltà di dare una definizione antropologica univoca del tipo celtico, bisogna concludere che i Celti hanno rappresentato una minoranza aristocratica e guerriera: questa è, ad esempio, l’impressione suscitata dall’epopea irlandese. Cesare ha lasciato una descrizione della civiltà celtica che ricalca il tradizionale schema tripartito degli indoeuropei: sacerdoti, guerrieri, artigiani.

La classe sacerdotale dei druidi è al vertice della scala sociale. I re erano generalmente eletti ed erano considerati più degli equilibratori della ricchezza che i detentori di poteri civili e militari, e comunque la loro autorità era soggetta al controllo dei druidi e anche per questo il re dispone di uno scarso numero di funzionari. L’archetipo del sovrano celtico è colui che, grazie a una buona amministrazione, può permettersi di donare senza rifiuto alcuno, mentre cattivo re è chi grava i suoi sudditi con imposte e tasse senza alcuna contropartita.

L’organizzazione statuale dei Celti è sempre rimasta allo stato tribale: il patriottismo celtico non ha mai superato i confini del territorio locale, infatti le tribù celtiche non disdegnavano alleanze coi Romani o coi Germani per attaccare tribù confinanti: questo è il limite più grande della civiltà celtica e ne determinerà la scomparsa.

La frantumazione territoriale celtica deriva dal fatto che i Celti consideravano come cellula sociale fondamentale il clan che poteva contare al massimo qualche migliaio di persone; al di là del clan potevano essere riconosciuti solo vincoli di alleanza a carattere personale che ricordano quelli del mondo feudale. L’insediamento celtico era generalmente costituito da un villaggio protetto da una palizzata in legno e raramente i villaggi hanno assunto la dimensione di vere e proprie città.

I Celti, inoltre, non avevano elaborato un diritto scritto e si affidavano alle norme del diritto consuetudinario; tuttavia la letteratura irlandese ha lasciato testimonianza di discussioni serrate e di arguzie sottili in materia giuridica. L’organizzazione finanziaria era piuttosto arcaica e per lo più si utilizzavano come moneta i lingotti d’oro o di rame.

L’invasione romana della Gallia segna di fatto la fine dell’autonomia celtica: le tribù celtiche, frammentate e incapaci di organizzazione unitaria, erano inadeguate ad affrontare una situazione di guerra totale come quella che conducevano i Romani. I Celti sono scomparsi perché la struttura religiosa e politica della loro società non era adattabile alla nozione romana, poi moderna, dello stato e la cultura celtica, non avendo elaborato una scrittura, dovette soccombere di fronte al greco e al latino. Le isole britanniche hanno lasciato esempi di letteratura celtica, sebbene di epoca tarda rispetto al momento di formazione della lingua.

Da queste testimonianze si può desumere che le lingue celtiche fossero piuttosto semplici, inoltre l’assenza dei relativi e la collocazione del verbo all’inizio della proposizione subordinata impedivano periodi oratori di una qualche ampiezza: la letteratura celtica era destinata alla recitazione, non alla lettura. I racconti orali dovevano avere grande diffusione e ne rimane traccia nella “materia di Bretagna” che ispira i racconti arturiani del Medioevo: in particolare il simbolismo del Graal sarà assorbito dall’esoterismo cristiano.

La società celtica assumeva un carattere teocratico, essendo il riflesso delle concezioni metafisiche dei druidi, i quali plasmavano la società umana sul modello della società divina di cui erano i rappresentanti in terra. Gli studi che hanno gettato luce sulla religione celtica delineano una filosofia non aristotelica, una forma di speculazione indipendente dalla logica dei ragionamenti greci e che si avvaleva essenzialmente dei simboli.

Un’operazione di questo tipo non è facile per la mentalità moderna, impoverita dalla cultura materialista, e la ricerca deve avvalersi di dati essenzialmente comparativi: il parallelo con la cultura induista e orientale trova riscontri interessanti nei miti celtici, in particolare risalta una certa tendenza a ricondurre le varie divinità a una dimensione unica del sacro. Cesare quando descrive la religione dei Galli cerca di paragonare le divinità celtiche a quelle romane, ma un’operazione di questo tipo rischia di essere approssimativa e arbitraria: lo stesso Cesare, infatti, non ha la pretesa di essere esaustivo sull’argomento.

Lug, dio della luce, sembra avere attribuzioni che lo avvicinano a Mercurio, Brigit, dea della sapienza, è assimilata a Minerva. Con procedimento simile, gli dèi celti hanno trasmesso alcune delle loro caratteristiche ai santi cristiani: caso emblematico è quello di santa Brigit.

La potente casta dei druidi aveva al suo interno delle ulteriori gerarchie: chi si occupava dei sacrifici, chi della poesia e della letteratura (i bardi), chi della profezia. Anche le donne erano ammesse al sacerdozio con la qualifica di profetesse. I druidi insegnavano la dottrina dell’immortalità dell’anima: alla morte del corpo le anime passano all’Altro Mondo, ovvero alla dimora degli dèi, denominata sid (parola che contiene l’etimologia della pace).

L’Altro Mondo è un luogo di pace e di delizie simile al valhalla germanico: i suoi abitanti gustano cibi prelibati, sono amati da donne bellissime e hanno tutti un rango sociale elevato. Questo paradiso è riservato a chi in vita si è comportato in modo virtuoso ed eroico. L’Altro Mondo è descritto nei celebri testi definiti “navigazioni” (immrama) che troveranno la loro prosecuzione nelle “navigazioni” dei monaci medievali, la più celebre delle quali, quella di San Brandano, farà da modello a tutti i racconti medievali di viaggi nell’Aldilà.

I Celti non costruivano templi nel senso classico del termine e celebravano i loro riti per lo più nei boschi sacri. Il druidismo si è estinto anche perché, come si è visto, la cultura celtica nel suo insieme era incompatibile con la cultura scritta dei Romani. Con la diffusione del cristianesimo ci fu il colpo di grazia a eventuali sopravvivenze del paganesimo celtico, la cui influenza, tuttavia, è presente soprattutto nella Chiesa irlandese, al punto che si parla di un “cristianesimo celtico” che ha dato tratti peculiari alla letteratura religiosa d’Irlanda.

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