Pantheon Induista

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pantheon induistaElenco delle Divinità del Pantheon Induista

L’Induismo, la più antica tra le religioni del mondo, ebbe origine in India ed è tuttora professata dalla maggioranza della sua popolazione. Il significato del nome originariamente era geografico, i persiani che invasero l’India diedero il nome Sindhu (fiume) alla regione bagnata dal fiume Indo, da cui “hindu”.

Il termine induismo indicava, pertanto, la fede del popolo della valle dell’Indo, ma tale significato si perse nel tempo e l’Induismo divenne la religione non soltanto di tutta l’India, ma anche delle colonie della Grande India.

I nomi indigeni con cui è conosciuto sono sanātanadharma e vaidikadharma. Sanātanadharma significa religione eterna, ovvero senza tempo, coesa con la vita stessa e, pertanto, cibo per lo spirito. L’altro nome, vaidikadharma significa religione dei Veda. I Veda sono le Scritture fondamentali degli indù e non comprendono soltanto i quattro Veda: Ṛg, Yajur, Sāma e Atharva, ma tutte le parole rivelate dal Divino.

Veda significa, infatti, “conoscenza di Dio” o “scienza di Dio” e l’Induismo considera come propria autorità l’esperienza religiosa degli antichi saggi dell’India non facendo risalire la sua origine ad uno specifico personaggio storico o profeta, a differenza del Buddhismo, del Cristianesimo e dell’Islamismo che sono invece religioni “fondate”.

Sebbene l’Induismo accetti l’autorità dei Veda, non è una religione dogmatica o autoritaria, questo perchè l’autorità la hanno solo le scritture più significative e per comprendere quali siano occorre usare l’intelligenza. Upapatti o intelligibilità alla luce della ragione è uno dei canoni dell’interpretazione scritturale riconosciuta dall’Induismo ortodosso.

La varietà di vedute che troviamo nell’Induismo è dovuta proprio alla libertà d’azione lasciata agli interrogativi intellettuali poiché, fin dai tempi più remoti, la riflessione razionale serviva da correttivo al credo religioso.

In India, l’alleanza tra ragione e rivelazione è responsabile quindi della correlazione tra religione e filosofia, poichè essa è sempre stata considerata un modo di vivere, una strada per la realizzazione spirituale.

Tattva-vicāra, o interrogazione sulla verità è un mezzo per il conseguimento di mokṣa o liberazione spirituale. È la realizzazione dell’evidenza del male morale e fisico che fa riflettere l’uomo e lo fa ponderare sul mistero e sul significato della vita. La filosofia, come la religione, è una risposta ad una necessità pratica.

Il supremo scopo dell’uomo è quello di evitare la miseria ed acquisire śanti (la pace), inizialmente pensa di raggiungerla tramite la ricchezza ed i piaceri, ma poi si accorge che la pace si ottiene ritrovando in sé stesso lo spirito del Divino che è felicità e beatitudine.

Così la filosofia in India è il sentiero della religione e tramite questa felice combinazione i pensatori indù riuscirono ad evitare che la filosofia diventasse arida e la religione cieca. È interessante notare, a tal proposito, che la filosofia è chiamata darśana che significa intuizione e la religione mata cioè “ciò su cui si è meditato”.

Spiritualità del Pantheon induista

Spesso si accusa l’Induismo di pessimismo dicendo che la mentalità indù prende troppo sul serio la vita ed i suoi problemi e che, poiché la vita viene considerata come un male, sfuggire ad essa diventa il bene finale. E’ vero che l’Induismo tiene conto della miseria e della sofferenza del mondo, ma questo perchè tale lato dell’esistenza non può essere ignorato e fu proprio la percezione del male che condusse il Buddha a fondare una religione di speranza.

Il saṃsāra (trasmigrazione) è un circolo vizioso, perchè perfino i migliori gesti di bontà hanno un fondo di male, ma c’è un fondo di bene anche nelle cose ritenute cattive. Il fine è la trascendenza del male ed è possibile ottenerla anche in questa vita.

Tutte le sette dell’Induismo enfatizzano la necessità di una vita morale come condizione indispensabile per la realizzazione spirituale. Tutte le scuole induiste di pensiero insistono sul retto parlare, sul retto pensare e sul retto agire: perché la condotta conta più del credo. L’Induismo, sia come filosofia che come religione, non è tanto un modo di pensare quanto un modo di vivere.

Il tratto più saliente dell’Induismo è la sua universalità. Ci si stupisce dell’infinita varietà di culti che si trovano nell’Induismo, ma essi sono un ornamento (bhūṣana) della fede e non le causano alcun danno (dūṣaṇa). Il principio fondamentale dell’Induismo è, infatti, “tante menti, tante fedi”, perchè i differenti sentieri conducono alla medesima meta.

Ecco la tradizione dell’Induismo: non disprezzare nessuna religione ed onorare la verità, da qualunque parte provenga e qualunque veste indossi. Ovviamente, l’induismo non fa un miscuglio di tutto ciò che vi è di buono in ogni religione perché una religione universale messa insieme a quel modo sarebbe bella ma senza vita.

L’Induismo riconosce differenti livelli di esperienza religiosa e li ordina secondo il loro livello, la vera trasformazione è verticale, ossia da una concezione di Dio più bassa a una più alta.

Abbiamo visto che la ricchezza, la bellezza e la grandezza dell’Induismo stanno, senza dubbio, nel suo spirito di accomodamento, ma quale è lo scopo comune che tiene il tutto coeso?

Prima di tutto si può notare che tutti gli indù sono concordi nell’aderenza ai Veda, i quali costituiscono la sorgente primaria dell’Induismo. Si ritiene quindi che le credenze e le pratiche, le filosofie e le fedi induiste, debbano avere un qualche riscontro nei Veda.

Un altro dei credi fondamentali dell’Induismo è che, alla base della Realtà, vi sia un unico Spirito, sorgente e sostanza comune di tutti gli esseri. Di solito ci si riferisce ad esso come Dio (Īśvara); ma i saggi lo realizzano come un Assoluto impersonale (Brahman). L’universo sorge da Dio, si mantiene in Lui ed a Lui ritorna, occorre specificare che è solo una convenzione riferirsi a Dio come di genere maschile.

Dio è in tutte le forme che noi vediamo, certo, è difficile vedere Dio in ogni cosa e, di fatto, realizzare il Sé, sia come propria interiorità che come ciò che pervade ogni cosa, è la più elevata esperienza spirituale. Ecco che in una disciplina spirituale atta al raggiungimento della meta, si chiede di vedere il volto di Dio in qualunque cosa abbia valore, splendore e rettitudine.

Le montagne ed i fiumi, gli alberi e gli animali, gli uomini come pure le donne, tutte le cose che hanno un’eccellenza, in realtà diventano oggetto di venerazione.

Quando l’Indù adora tutto questo o gli idoli nei templi, è consapevole che è a Dio che egli realmente offre la sua adorazione. È quindi sbagliato considerare l’Induismo come una religione idolatra, gli idoli sono simboli dello Spirito universale ed è solo dopo che il devoto ha invocato la presenza del Divino al loro interno che essi diventano sacri oggetti di culto.

L’indù, è vero, china il capo davanti a molte forme della Divinità, ma non per questo si deve dubitare che sia politeista. Ciò che egli adora è l’unico Dio manifestato nei vari dei.

Ciò che Max Müller classifica come l’enoteismo dei Veda (l’adorazione di una divinità a seconda dell’occasione) è una tendenza ad un monoteismo filosofico. La mentalità indù è contraria ad assegnare alla Divinità una forma ed un nome rigidamente fissi ed inalterabili. Ecco dunque che troviamo nel pantheon Induista innumerevoli forme della Divinità e nomi divini a non finire.

È la concezione unica del Dio supremo presente nell’Induismo che conduce alla formulazione della dottrina dell’incarnazione (avatāra). Dio non è uno spettatore distaccato dalle vicende del mondo, ma lo guida e vi partecipa attivamente, pur non venendone toccato. Ogni qualvolta se ne presenta la necessità, Egli si incarna, cioè appare in una tangibile forma umana, per salvare il mondo ed aiutarlo a progredire nella sua evoluzione spirituale.

In certe scuole dell’Induismo come il śaivismo, la dottrina che Dio nasca da genitori che sono comuni mortali non è accettata, ma si ammette che appaia con un corpo quando vuole salvare un devoto attraverso quel mezzo. Si crede che il precettore spirituale (guru) sia Dio in forma umana e l’indù tiene il maestro nella più alta considerazione poichè ritiene che qualsiasi onore tributato a Dio sia tributato anche a lui.

È risaputo che fra tutte le religioni del mondo, l’Induismo dà la massima importanza alla non-violenza (ahiṃsā). L’implicazione di questo termine negativo è la seguente: se per fare del bene ad una persona devo danneggiarne un’altra, allora è mio dovere non fare quel bene. La totale non-violenza è naturalmente ideale, ma è compito costante dell’indù approssimarsi ad essa.

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